Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

E ci si ritrova nella selva oscura… Prima o poi.

In un solo istante o scendendo lentamente lungo la china di un malessere, singolare, collettivo.

Può avere molti nomi: trauma, depressione, ma anche corruzione, degrado, abuso di potere, violazione di diritti… sul crinale che decorre tra la storia personale e le vicende del mondo.

In fondo anche Dante visse sempre sospeso tra la poesia, la filosofia, la medicina, la politica…. percorrendo sotterraneamente vie alchemiche che forse soltanto la congiunzione degli opposti concede.

Per questo fin dai primi versi del primo Canto, la selva, aspra e dura, che il solo ricordarla è sufficiente a ricrearne l’angoscia, appare anche come la necessaria caduta nell’abisso di una trasformazione.

Tant’ è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

La crisi, il nonsenso apparente di una sofferenza molto vicina al morire, è la chiave di una porta che mostra una visione altra: il dolore sospinge alla conoscenza di sé, al bivio tra perdersi o ritrovarsi.
La fine che il malessere adombra è presagio oscuro di un inizio, come l’attimo più buio della notte ha nel suo ventre di tenebra l’aurora.

[…] guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.

La sofferenza è creativa…

Allora comincia il viaggio, archetipo inesauribile dell’umano. E il viaggio di Dante non è solo artificio poetico. Visione, narrazione di esperienza, per chi crede, al di là del mondo, o anche per chi non crede, o forse crede di non credere, quantomeno nel mondo interno, che è pur sempre un al di là.

Un viaggio per salvare la vita, attraversando la morte e la dannazione eterna, un viaggio per salire al cielo scendendo al centro della terra, dallo smarrimento all’amore.

Lo aveva ben compreso lo psichiatra Roberto Assagioli, sospeso tra Freud e Jung, che l’opera dantesca non poteva essere solo esperienza letteraria, non si limitava ad essere il capolavoro senza tempo che è, ma rappresentava un saggio spirituale capace di evocare lo stesso iter terapeutico che si percorre con i pazienti.

L’Inferno dipinge lo scenario dei disagi, dei drammi e delle miserie dell’umano, il Purgatorio il fuoco alchemico in grado di trasmutarle, il Paradiso l’approdo alla realizzazione dell’esistere nell’amore.

Questo il senso del Progetto Dante, questa l’attualità e il senza tempo della Divina Commedia, nel passaggio stretto e profondo che conduce dalla selva oscura a riveder le stelle.

A 700 anni dalla morte terrena, Dante è eternamente contemporaneo.

È innegabile che l’Inferno sia sotto gli occhi di tutti noi… un terzo della Commedia è dedicato alle peculiarità di ogni impulso malvagio dell’umana natura… gli stessi da millenni, quelli che a tutt’oggi abitano le relazioni, le famiglie, la professione, le società, le nazioni e senza dubbio sono “pandemiche”.

La selva oscura è naturalmente, prima di tutto, dentro di noi: è persino una ovvietà il dichiararlo, ma decisamente meno scontato è il coraggio di attraversarla davvero.

Ci si ritrova sul limitare del bosco tenebroso in tempi diversi della vita di ognuno: per qualcuno persino al primo giungere in questa esistenza, per altri nell’età della maturità, così che il “mezzo del cammin di nostra vita” è soprattutto una cronologia interiore, come del resto la selva è una metafora, un topos poetico e archetipico che suggerisce un luogo dell’Anima, forse, quella stessa notte oscura dell’Anima di mistici come San Giovanni della Croce.

Poi si sfogliano i libri di storia, come i quotidiani dell’oggi e non vi si trovano che narrazioni di massacri, notizie di violenze, tradimento e corruzione… le immagini si susseguono nelle televisioni e nel web, mentre nello studio del medico si vede lo scempio delle malattie che affiggono il nostro corpo, e sulla poltrona del terapeuta lo strazio a volte anche peggiore di quelle che affliggono la psiche e corrodono l’anima.

E da qualche parte nel cuore aleggia la disperata domanda sul destino dell’uomo… cosa c’è che non va negli umani? E Dio, se c’è, dov’è?

Ma con Dante la selva oscura si svela necessaria, come necessario è il diavolo.

 

Se Dante è sceso all’Inferno, se Dante ha visto Lucifero è perché ha vissuto qualcosa che ci è stato molto vicino, ha fatto esperienza di qualità tremende dentro di sé, scegliendo di affrontarle.

Il primo grande passaggio ha a che fare con la terribile evidenza che se il male è così presente ovunque e in ogni tempo, questo rende ragione del perché debba essere esplorato.

Di fronte alle tenebre, che paralizzano la ragione, non basta neppure la sola bellezza dell’arte, che rischia di esser pura consolazione, le risposte alle tragiche domande sul male, la risposta a Giobbe per parafrasare Jung, deve reggere all’orrore che è sotto i nostri occhi ogni giorno.

Si può dunque amare l’inferno? Come si fa ad amare il lato oscuro di noi e del mondo? E di certo non a farlo in modo ingenuo, sentimentale o stucchevole.

L’Inferno nella cosmogonia dantesca è ben piantato al centro della Terra e sotto Gerusalemme, come l’odio è ben piantato nell’animo umano… del resto al liceo, le parti più belle e che si ricordano della Divina Commedia non sono altro che i canti infernali…

Scienza, arte, religione non bastano: gli occhi della Medusa le pietrificano di fronte all’insanabile interrogativo sul male…

Non resta che scendere.

Non resta che partire da dove siamo.

Dai pensieri più turpi, dalla paura più angosciante, dalla malattia più devastante, dalle emozioni più indicibili.

Allora ecco queste “letture” dantesche, che non hanno certo la presunzione, né di essere esaustive, né di competere con le infinite produzioni letterarie che nei secoli si sono cimentate di volta in volta con la dimensione poetica, storica, filosofica, teologica, mistica, alchemica, esoterica della Commedia, ma soltanto di offrire lo spunto per un percorso interiore che prenda le mosse dall’Opera che forse più di tutte, e sommamente, rappresenta il viaggio iniziatico, dall’abisso alle stelle, e che unica al mondo si offre come una visione degli scenari del male dell’umano sino all’epifania del divino.

Canto dopo Canto, la scelta è stata quella di coglierne soprattutto la prospettiva psicologica, animica e simbolica, in un viaggio tra archetipi dell’inconscio collettivo, immagini metaforiche dell’inconscio individuale, simbologie dell’anima, verso il Sé, inteso come espressione del divino interiore.

Affinché un viaggio sia tale, non può che toccare l’ignoto.

Allora l’ignoto saranno domande, euristiche, da far risuonare, da lasciar sospese… a compiere il loro destino di portali sull’infinito.

Per qualcuno magari le domande finiranno per indurre alla lettura diretta della Commedia, in una ricerca delle risposte del Poeta, che, come è stato per chi scrive, chiamerà altre domande, e altre letture, e se così sarà, accadrà quel che il Poeta avrebbe desiderato.

Qualcun altro invece non sentirà di avvicinarsi alle Cantiche, e allora forse queste brevi letture saranno sufficienti a muovere interrogativi quel tanto che basta per il sorgere della sana inquietudine di chi pensa.

Altri ancora, come mostrato dagli articoli di Elsa Veniani, di Patrizia Caputo, o dalle foto di Carla Benedetti, (queste ultime Allieve del Corso in Antropologia della salute nei sistemi complessi), che escono postate in concomitanza con le nostre letture, avranno voglia di cimentarsi nella scrittura creativa, nell’arte, in qualsiasi forma espressiva che dia nuovamente vita irripetibile al percorso.

Ora, per Chi lo scelga, si parte… Si va per la selva oscura del primo canto.

La prima domanda, inevitabile, la riguarda.

Voi che leggete, ora provate ad immaginarla, potete prendere spunto dalle tante raffigurazioni che che illustri pittori hanno dedicato alle scene della Commedia, o dagli immaginifici video che trovate qui sotto:

Ma poi calatevi nelle vostre immagini interiori.

La vostra selva, quella dentro di voi.

La prima domanda è proprio questa: com’è la selva oscura interiore? Il tuo tempo e spazio di tenebra?

Dante vive ogni cangiante e oscura piega delle emozioni più tetre e spaventose e in pochi versi, sin dal proemio, le immagini della crisi, della sofferenza, del profondo malessere si susseguono, tra la notte e il lago del cor, verso il pelago dall’acqua perigliosa, sino al passo che non lasciò giammai persona viva, verso la piaggia diserta di una immensa solitudine che si fa subito dopo di nuovo erta di angoscia.

Potete dunque lasciare che queste emozioni, che sono in ultima analisi sostanza universale che si impasta nell’animo umano, affiorino?

Lasciare che conducano il sentire dai climi temperati delle prassi consolidate, delle zone di abitudine, alle tempeste, ai ghiacci, ai fuochi, ai deserti di quel che non si dice a volte neppure a se stessi?

E arrivano le tre belve… animali, che sono simboli dell’inconscio, totemici come nel cosmo sciamanico, archetipici per chi percorra le matrici iconografiche dei bestiari medievali a ritroso sino al tempo in cui un uomo preistorico abbia raffigurato un animale sulla parete di una roccia, abbia pregato un dio o la natura prima di cacciarlo e poi si sia ricoperto della sua pelle, del suo pelo… per acquisirne le qualità, onorarne il sacrificio.

Le tre belve che rappresentano qualità ben più insidiose dell’umano si parano di fronte al Poeta.

E come sarebbe se ora si parassero di fronte a Voi che leggete?

Una Lonza leggera… la cui natura di felino si perde nel mistero, seduttiva quanto basta per non sembrare troppo terribile… mentre cade l’equinozio di primavera e inizia il mondo…. si crea la genesi di quel che viviamo, sotto le stelle dell’ariete…

Lasciate che il felino evochi nell’inconscio i suoi simboli, ci penserà forse l’onirico a disvelarli…

E in un crescendo compare il Leone dalla rabbiosa fame… E infine lei, la Lupa… Icona di quella bramosia, che è voglia di potere insaziabile.

La lupa che dopo il pasto ha più fame di prima: potete incontrarla?

Ne avete il coraggio?

Le belve si parano di fronte alla salita… Così che… Perdei la speranza de l’altezza.

E Dante ripiomba nel buio… Ricacciato indietro… Mentre ch’i’ rovinava in basso loco.

Il mondo dell’ombra, la caduta: le letture junghiane della Commedia hanno riverberato in questi passi quel lato oscuro che viaggio al buio per ciascuno di noi.

Ma lo stesso Dante non potrebbe proseguire da solo.

Deve giungere una guida, quel Virgilio sul quale moltissimo è stato detto e del quale in questa sede ci limitiamo a evocare i correlati psichici e simbolici: la poesia, l’intelletto, il maestro interiore.

Dante è un poeta e un poeta sceglie come guida.

Invoca la poesia, quel che ha coltivato, il suo lungo studio e l’amore per la ricerca che gli giungono così in aiuto.

Ecco allora la duplice riflessione.

Il valore della cultura, non solo come erudizione, ma come via di salvezza, il valore della tradizione culturale, delle radici di studio e conoscenza che coltivino il presente… che ne è nell’oggi di tutto questo? Che ne è per Voi che leggete? Che posto occupa nella vostra esistenza la cultura, il colere, il coltivare non solo lo studio, ma con esso l’animo?

Perché la Poesia potrebbe salvarvi la vita al limitare dell’Inferno… e condurvici dentro ancora vivi in modo che vivi ne possiate uscire.

E la seconda riflessione riguarda la risorsa profonda dell’amore e della dedizione per quel in cui abbiamo creduto: nell’attimo più oscuro, scopriamo che nulla di quel che abbiamo vissuto è perduto.

Quel che abbiamo amato ritornerà come forza interiore, quando il misterioso immaginifico Veltro

regnerà spodestando le leggi materialiste del peltro con sapienza amore virtute, i valori del sentimento.

Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

Potete dunque ascoltare la guida interiore? Quale che sia per Voi… Lasciate che giunga, che sia archetipo antico o persona amata in vita… Che sia icona di un maestro o semplice raffigurazione del Sé…

E potete recuperare l’amore che avete posto anche in quel che vi sembra finito o perduto… Si perdono relazioni, falliscono progetti, ma non si perde l’amore che vi si è profuso.

Questo sentire è la sola qualità che vi necessita per la strada che vi attende, che non è quella che avevate pensato, così come Virgilio propone una strada diversa a Dante, non già la salita, ma la discesa, una catabasi.

Inferno, purgatorio e paradiso, sono luoghi di un al di là, sono stati d’animo, sono mondi interiori, sul limitare di quel che la mente può concepire, ma il sentire afferra, forse sono all’orizzonte degli eventi di un buco nero, o semplicemente nell’infinito che sta al fondo dell’anima…

Ond’ io per lo tuo me’ penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno;

ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch’a la seconda morte ciascun grida;

e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti.

A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire;

Si adombra un momento futuro quando la poesia che è ancora slancio umano, intelletto, figlia anche di una attività pensante dovrà fermarsi, poiché non sarà sufficiente a salire ancora…

Il sospiro di Virgilio adombra il recesso della qualità poetica che è anche “ragione”, di fronte all’ineffabile epifania del divino.

Ma è solo un istante sfiorato… Ora è tempo di scendere, non più rifuggire la selva ma entrarci e vedere anche quel che fa rischiare la dannazione.

Il Secondo Canto apre tuttavia un’altra porta sulla psiche… Perigliosa, quanto peculiare, potente quanto pericolosa..

Il dubbio, il rovello interiore…

Quello che ogni umano conosce prima o poi.

Paura, ansia, preoccupazione, domande che affollano la mente: Dante si rivolge a se stesso, si tormenta nel vortice dei pensieri che girano a vuoto… non vuole andare, ha paura.

E Virgilio, la guida interiore, in un sol verso dà il nome che nella modernità sembra non usarsi più a quel che Dante prova…

«S’i’ ho ben la parola tua intesa»,
rispuose del magnanimo quell’ ombra,
«l’anima tua è da viltade offesa;

Viltà: non nel senso moralistico, non per un giudizio di valore, ma per volgere lo sguardo anche a questa piega della psiche, per non temere di dire che sì, siamo anche vili.

Parafrasando il Manzoni, forse uno il coraggio non se lo può dare, o forse invece avendo il coraggio di ammettere la viltà, che prende oggi molte etichette forse più politically correct come si suol dire, un poco di coraggio potrebbe tornare dagli eroi del passato.

Ma affinché ciò accada, di nuovo non basta il solo umano pensare o decidere.

Da questa tema acciò che tu ti solve,
dirotti perch’ io venni e quel ch’io ‘ntesi
nel primo punto che di te mi dolve.

La guida deve aprire uno spiraglio sui simboli, deve far emergere un poco della trama spirituale che si tesse al di sotto delle nostre misere contingenze.

Una funzione altra della psiche, si direbbe con Assagioli, l’Anima con Jung, deve giungere.

Alla ricerca di Beatrice… che è donna, amica, amata, santa, simbolo…

È Anima, che nell’Animus giunge a portare il sacro, l’amore, ma lo fa attraverso l’incontro con la donna reale che chiama Dante l’amico mio, pur trasfigurata e trasmutata lassù dove ancora non sappiamo quale forma assuma l’eros divino, quello che i Fedeli d’Amore van cercando…

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Allora si apre l’infinito tema del Femminile nel mondo e nella storia.

Date uno sguardo alle sue vicende, sino all’oggi delle donne afghane che in fondo sono una delle infinite rappresentazioni della violenza perpetrata sul femmnile…

Femminile sacro, non nelle derive newage a cui siamo stati abituati negli ultimi decenni, ma femminile sacro dalla notte del mondo, perché grembo di vita, perché espressione della qualità misericordiosa per eccellenza.

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Interrogatevi sulla relazione che avete con il femminile, con le donne accanto e intorno a Voi, con le donne che siete se siete se siete femmine, con la madre, l’amica, l’amante, la figlia, la sorella…

Interrogatevi sulla relazione tra padre e madre, tra legge, separazione, comprensione, unione… Animus e Anima non possono che coniugarsi, separazione e unione poter danzare insieme…

Ecco che Dante pone Maria già lassù come qualità divina della misericordia, prima ancora che ne fosse canonizzata l’assunzione in cielo e vi pone anche Lucia, figura ancora misteriosa, eppur chiara nel suo essere luce, forse eco della martire cieca che vede altro da quel che si vede…

Beatrice, Lucia, Maria: una Trinità femminile qualità d’amore del divino, Shekinah del cuore. Versante affettivo del dio, anima che muove lo spirito umano, anima che forse sarebbe l’unica a porre balsamo alla Terra insanguinata.

Prendete tempo… Il tempo di commuovervi.

Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che ‘l sol li ‘mbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo,

tal mi fec’ io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch’i’ cominciai come persona franca:

«Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch’ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse!

Tu m’hai con disiderio il cor disposto
sì al venir con le parole tue,
ch’i’ son tornato nel primo proposto.

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
tu duca, tu segnore e tu maestro».
Così li dissi; e poi che mosso fue,

intrai per lo cammino alto e silvestro.

** Foto di copertina della Dottoressa Carla Benedetti
[allieva del Corso di Alta Formazione in Antropologia della Salute nei sistemi complessi]